Comunicazioni sintetiche

Pubblico, 22/5/96

Che la terza rivoluzione informatica aprisse l’era della comunicazione “sintetica” tra gli individui nessuno aveva alcun dubbio.

Infatti, si può intendere sintetico quel qualcosa ottenuto artificialmente per mezzo di sintesi chimica, a allora possiamo assumere la licenza lessicale di definire tale la comunicazione tra individui che passa attraverso la fitta rete di cavi e fibre ottiche che costituiscono Internet.

Ma una notizia che si è rincorsa sulla rete alcune settimane fa, ripresa anche dai principali organi d’informazione, ha   sollevato alcuni dubbi sulla corretta interpretazione di questa espressione.

“Arriva la Bit-Tax!!” questa è la grande pensata di un team di esperti europei che si sta preoccupando di trovare un metodo di tassazione dei servizi di posta elettronica su Internet. L’e-mail sta gradualmente soppiantando molti dei tradizionali sistemi di comunicazione interpersonale, sta creando problemi alle grandi società di spedizione e sta sostituendo le conversazioni tradizionali in fonia. Quindi, almeno nel rispetto del regime fiscale attuale, il fatto che anche questo servizio, come altri servizi che consentono a più individui di comunicare tra loro sia soggetto a una tassazione, non fa una grinza.

So che qualcuno già potrà dissentire da ciò, ma lo spirito libero della rete mal si coniuga con tutto ciò che il suo avvento ha prodotto, nel bene e nel male, sugli interessi di chi opera nell’ambito delle telecomunicazioni; e inevitabilmente la rete diverrà un ambiente regolato giuridicamente e fiscalmente da alcuni enti, non necessariamente con l’obiettivo del controllo. Forse i più agguerriti padri fondatori di Internet non accettano questa logica, ma un pizzico di realismo ci può aiutare fin da ora, piu che a combattere con i mulini a vento, a far sì che questi interventi regolatori si limitino proprio a questa funzione nel modo più intelligente e lungimirante possibile.

A questo proposito è straordinario pensare, con un velo d’ironia, a come i governi dell’Unione Europea, in questa azione pur legittima dal punto di vista fiscale almeno nel contesto attuale, abbiano colto un elemento rivoluzionario: – dagli atomi ai bit – sostiene Negroponte, perciò la materia da tassare saranno proprio le unità di informazione digitale che scorrerranno nella rete.

Ciò comporta che, se fossero tassati i bit della posta elettronica, a questo si aggiungerebbe quello che l’utente già paga, come la bolletta del telefono (e relative tasse) e il fornitore per l’accesso. Troppi pedaggi per un media che rappresenta il futuro del comunicare tra gli individui. E se domani si pagasse soltanto il consumo di bit, come avviene con le conversazioni telefoniche e i relativi scatti? Le telecom hanno questo palese obiettivo per il futuro, offrire l’accesso gratuito e far pagare il tempo trascorso a inviare e ricevere messaggi. Ma pensate quante cose si possono trasmettere in poche frazioni di secondo, e che se “raccontate” implicherebbero ben altri consumi di linea. Questo metterebbe a repentaglio, mano a mano che la posta elettronica prendesse piede, gli enormi fatturati oggi generati con le conversazioni telefoniche, perché la stessa quantità di parole “trasmesse” richiederebbe meno di un decimo del tempo necessario a dirle.

E allora la soluzione è contare i bits, ovvero ogni lettera scritta e trasmessa, e farli pagare all’utente, costringendolo ad un futuro di comunicazioni “sintetiche”, ovvero concise, essenziali.

Questa può suonare come una provocazione, ma se si pensa a quanta attenzione si prestava nel non dilungarsi in lunghe chiaccherate costose al telefono anni fa, e come questo oggi non accada più, la sostanza del problema non cambia.

Pagare i bits e non più il tempo degli scatti che varia in funzione delle distanza è solo un nuovo modo di vedere le cose, in una società dove l’informazione digitale avrà più valore e utilità per l’individuo di molte altre cose materiali.

Nel dubbio che sia giusto tassare o no la posta elettronica, c’è qualcuno che ha deciso di regalarla ai propri utenti, purché essi siano disposti a “vedere” alcuni messaggi pubblicitari di aziende. I soldi delle stesse coprono i costi del servizio e tutto ciò è alla luce del sole e serenamente accettato dagli utenti di Juno all’indirizzo http://www.juno.com .

Ma vuoi vedere che l’antica vecchia pubblicità, anche di fronte alla rivoluzione multimediale, saprà ritagliarsi un ruolo importante per lo sviluppo dei servizi di comunicazione del futuro?

Sono in molti a scommeterci e ad averlo già capito, compreso le grandi telecom, un po’ esaurite dal dover continuare ad attingere solo dalla propria borsa per dar voce a questa costosa rivoluzione.

Meditate pubblimatici, meditate…anche perché, ancora per molto, meditare resterà l’unica cosa gratuita e proficua.

Andrea Giovenali